Le radici raccolgono nomi dimenticati nel sottosuolo,
imparano a scrivere la memoria con la terra.
Parlano piano, con l'alfabeto delle pieghe del suolo,
e io ascolto il battito che cerca casa nel buio.
Il vento è insegnante di lingua spezzata,
grammatica di foglie, conti di polvere e respiro.
Ogni parola è radice che si allunga verso il cielo,
ogni sillaba si piega come un filo d'acqua.
Con questa lingua chiamo le case perdute,
quelle costruite sul silenzio dei giorni andati.
Le finestre si accendono nel respiro delle rotte,
e i nomi ritrovati tornano a odorare di mattoni.
Così la memoria diventa ponte tra radici e stelle,
e la casa ritorna, lambita dal vento.
Io resto a guardare, finché il vecchio tetto respira,
e so che parlare è tornare dove non si è mai perduto.