Dal freddo abisso, un filo di cristallo,
non solo ghiaccio o polvere vagante,
ma un manto che racconta, lento ballo
di luce e tempo, storia sussurrante.
È la memoria cosmica che veste
il corpo errante, un velo di leggende
cucite al vento delle aurore celesti.
Ogni barlume è sillaba celeste,
raccolta in vortici che il vuoto accende.
Narri di soli spenti e mondi arcani,
di nubi figlie d’un lontano grido,
e tracci segni con pennelli astrali,
un muto codice che trova nido
nel riverbero stanco e fuggitivo,
testimone d’un essere pensoso.
Non è lamento di materia persa,
né impronta vana in cieca oscurità;
è una promessa che non si è dispersa,
una presenza viva che va e va.
Un canto senza suono che si libra,
la voce antica del senza confine.