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Versisognanti

La Lancia d'Ottone

S’alza, un sibilo d’oro, dalla palma calda,
scheggia lanciata contro il blu distratto.
Il suo fulgore effimero, un battito di palpebra,
incide il silenzio prima del verdetto.
Non è gravità che la richiama, ma un’antica
memoria del suolo, un magnete oscuro.

Rotola l’orizzonte in un valzer di facce,
imperatore e stemma si sfidano nel vortice.
Ogni giro è un destino, un “sì” o un “no” mai detto,
un’incertezza che danza, ignara del suo peso.
Poi l’aria si fa densa, frena l’entusiasmo,
e il picco svanisce, un’illusione d’ali.

Plana, poi scatta, un ultimo sussulto,
sull’erba, o pietra, o legno, trova il suo approdo.
Un tintinnio secco, un sigillo al futuro,
e giace muta, metallo, l’enigma risolto.
Tornata inerte, solo un cerchio lucido,
attendendo la prossima, minuscola ascensione.

Spiegazione

La poesia “La Lancia d’Ottone” si configura come una profonda meditazione sulla natura del destino, dell’incertezza e del peso delle decisioni, celando sotto l’apparente semplicità della traiettoria di un oggetto inerte un complesso intreccio di simbolismi esistenziali. L’oggetto, una “scheggia” di ottone, diviene metafora universale dell’azione umana e delle sue ineluttabili conseguenze.

Il componimento si apre con l’atto primordiale: il lancio. “S’alza, un sibilo d’oro, dalla palma calda,” versi che evocano non solo il suono e il bagliore dell’oggetto, ma anche l’impulso iniziale, l’intenzione umana, il calore della vita che infonde energia a ciò che è destinato a muoversi. Il “blu distratto” del cielo funge da sfondo indifferente, un’immensità che accoglie l’effimera ascesa senza parteciparvi, sottolineando la solitudine dell’atto e la sua fugacità. Il “fulgore effimero, un battito di palpebra,” cristallizza questo momento di massima visibilità e gloria, un istante che “incide il silenzio” prima del giungere del “verdetto,” preannunciando l’esito imminente.

La discesa della lancia viene sottratta alla mera legge fisica e investita di un significato più arcano. Non è la semplice gravità a richiamarla, ma “un’antica memoria del suolo, un magnete oscuro,” una forza quasi atavica, un richiamo alle origini, al luogo di appartenenza. Questa personificazione del richiamo terrestre eleva l’atto a una dimensione metafisica, suggerendo un destino predeterminato, un ineludibile ritorno all’inerzia da cui l’oggetto è partito.

Il nucleo simbolico più intenso si manifesta nel momento di sospensione e di incertezza che precede l’approdo. L’orizzonte “rotola in un valzer di facce,” un’immagine che evoca lo stordimento dell’attesa, l’agitazione del giudizio imminente e la pluralità delle prospettive umane coinvolte. La “sfida” tra “imperatore e stemma nel vortice” è un’immagine potentissima che evoca giochi di sorte, dove il destino di entità grandi e simboliche (come imperi o identità) è appeso a un filo, o meglio, alla caduta di un piccolo oggetto. Ogni rotazione, ogni “giro è un destino,” un “sì o un no mai detto,” una decisione implicita che si manifesta senza parole, mentre l’incertezza “danza, ignara del suo peso.” Qui la poesia raggiunge la sua vertice filosofico, interrogandosi sul libero arbitrio e sull’ineluttabilità delle conseguenze, dove un gesto apparentemente insignificante si carica di un peso esistenziale immenso.

L’entusiasmo della salita e della sospensione cede il passo al rallentamento, all’inevitabile attrito che “frena l’entusiasmo,” dissipando “l’illusione d’ali.” La lancia, dopo un “ultimo sussulto,” trova il suo “approdo” su “erba, o pietra, o legno,” superfici concrete che sigillano la sua traiettoria. Il “tintinnio secco” dell’impatto non è solo un suono, ma un “sigillo al futuro,” il momento in cui l’enigma viene “risolto,” la decisione presa, il destino compiuto.

La conclusione riporta l’oggetto al suo stato iniziale: “giace muta, metallo,” “tornata inerte, solo un cerchio lucido.” L’azione è terminata, l’enigma risolto, ma non in maniera definitiva. La lancia d’ottone è in attesa, “attendendo la prossima, minuscola ascensione.” Questo finale ciclico suggerisce che la vita è una sequenza ininterrotta di azioni, lanci, incertezze e risoluzioni, dove ogni fase di inattività è una preparazione per il prossimo, inevitabile movimento. La “minuscola ascensione” non perde mai il suo potenziale di determinare grandi esiti, ribadendo la profonda e ciclica interconnessione tra l’atto minimo e il destino maggiore.

La poesia, attraverso un linguaggio denso di metafore e personificazioni, eleva la meccanica di un lancio a una parabola esistenziale, invitando il lettore a riflettere sulla transitorietà della gloria, sul potere del caso o del destino, e sulla profonda risonanza che anche i gesti più semplici possono avere nell’infinita danza tra l’azione e la sua conseguenza.

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