Non è un suono che vibra, né un vento che passa,
ma un cantiere invisibile che si distende lento
nel vuoto improvviso che la palpebra abbassa.
È un’onda di quiete, un progetto non detto.
Una cupola d’aria che si innalza e si flette,
disegnando spirali di un’eco interiore,
mentre il tempo si curva, muta, si riflette
nell’infinito istante di un muto languore.
Poi svanisce la trama, come nebbia dal sole,
e resta solo il soffio, un’impronta leggera
di un’architettura effimera che il corpo non vuole
ricordare, ma l’anima in segreto venera.